Nino Rota e la musica da film. Aneddoti e ricordi insieme a Nicola Scardicchio.
Il Lucano Magazine
Anno XXIII N. 174
Gennaio-Febbraio-Marzo 2026
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Rubrica Musicale Fondazione Accademia Ducale Centro Studi Musicali
Articolo a cura di Sara Moro
Nino Rota e la musica da film
Aneddoti e ricordi insieme a Nicola Scardicchio
Chi non si è emozionato, spaventato o lasciato suggestionare da una scena cinematografica? Provate a rivederla senza musica: l’incanto svanisce. Manca qualcosa che sostiene, guida, dà vita agli attori. È una delle magie più sorprendenti della musica da film: un’arte invisibile, inafferrabile eppure capace di trasformare un’immagine in un’esperienza emotiva.
Registi come Federico Fellini e Luchino Visconti lo sapevano bene. Durante le riprese, spesso, pretendevano che gli attori fossero immersi nel contesto musicale del film, o anche di musiche diverse dalla colonna sonora, musiche evocative delle scene e scelte insieme a Nino Rota – musicista di riferimento dei registi citati. Gli attori recitavano immergendosi in un’atmosfera resa viva, oltre che dagli sguardi, dalle indicazioni e dalle parole del regista, proprio dalla musica che circondava e avvolgeva il tutto.
Da questo punto di partenza nasce anche il racconto di Nicola Scardicchio, allievo e fidato amico di Rota, ospite lo scorso dicembre della Fondazione Accademia Ducale di Pietragalla (PZ), a Corleto Perticara, in una serata dedicata al grande compositore. Scardicchio ha condiviso ricordi preziosi, aneddoti non scritti nei libri ma custoditi nella memoria di chi Rota lo ha conosciuto davvero.
Uno di questi riguarda la celebre scena del ballo del film Il Gattopardo. Qui si svela una nuova magia fatta di realtà: durante la famosa scena di Visconti è la musica che rende autentica la splendida sala, gli attori recitano sulle note live di una piccola-media orchestrina recuperata fra i musicisti non in ferie in quella caldissima estate a Palermo e dintorni. Visconti, ci racconta Scardicchio, volle registrare la memorabile scena con musica reale e volle anche conservare quella esecuzione, non pulita e non perfetta, per il suo film. Rota avrebbe voluto registrare una versione di maggior qualità artistica, invece i ballabili nel film rimasero quelli della vera orchestrina, rendendo il film ancor più reale per scelta artistica e consapevole del regista. Il risultato è una delle scene più immortali e credibili della storia del cinema.
Rota scrisse le danze quasi di getto, in poche ore, tutte nello stile dell’epoca. Musiche semplici e caratterizzate da quell’immediatezza necessaria alla buona riuscita della scena e nel ricordo di un passato ormai tramontato e reso evidente grazie al film [una piccola parentesi: invito all’ascolto del disco che il direttore Riccardo Muti ha dedicato ad alcuni brani della musica da film di Rota. Muti, pupillo scoperto e sostenuto da Rota, incise questo disco che è oggi disponibile su YouTube].
Ed è proprio questo elemento – una musica immediatamente percepibile – che portò Rota al centro delle critiche musicali più razionalistiche e intellettualistiche della sua epoca. Scardicchio racconta come l’obiettivo perseguito da Rota per tutta la vita fosse proprio quello della semplice immediatezza, sia nella produzione più impegnata sia in quella più leggera, come le canzoni che scriveva per i film e non solo (pensiamo all’iconica “Viva la pappa al pomodoro”). La tecnica compositiva viene nascosta e non mostrata: non una musica artificiale, iper-complessa e narcisistica, ma al contempo invece una musica di grande raffinatezza e ricca di significato, capace di arrivare direttamente al cuore. Oscar Wilde scriveva che “lo scopo dell’arte è rivelare l’arte e nascondere l’artista”: una frase che sembra descrivere perfettamente il modo di creare di Rota, capace di celare dietro la naturalezza una raffinata sapienza compositiva. Rota si scontra con la sua epoca, ma non ne diviene vittima, poiché era profondamente convinto della sua indole e missione. Non gli importava del contesto intellettuale, a differenza di Morricone che ne soffrì profondamente.
Questo suo modo di intendere la musica lo avvicina a un altro gigante: Leonard Bernstein. Scardicchio racconta un suo ricordo personale di Bernstein, incontrato dopo un concerto alla Scala di Milano dedicato a Stravinsky: un momento indimenticabile, vissuto nel camerino del teatro. Portò con sé Mass, la partitura del musical di Bernstein che Rota aveva donato allo stesso Scardicchio. Bernstein lo accolse con un abbraccio familiare e caloroso e disse: “Io sono fiero di questo”, perché – proprio come Rota – desiderava che la musica arrivasse al cuore della gente [la scelta di comporre in modo più tradizionale, con un’efficace semplicità e rifiutando l’atonalità fine a sé stessa, li accomuna entrambi e li distingue dalla cultura musicale di rottura del loro tempo]. Rota, amico e grande estimatore di Bernstein come direttore, pianista e compositore, disse a Scardicchio: “West Side Story passerà alla storia con la stessa importanza della Bohème di Puccini”. Un’affermazione audace all’epoca, ma oggi certamente più definita.
Concludo questo piccolo viaggio tornando in Basilicata, in particolare a Bernalda (MT). Qualche anno fa mi trovavo nel borgo e, chiacchierando con la gente del posto, appresi del legame tra Francis Ford Coppola – regista simbolo del cinema mondiale – e Bernalda, sua terra d’origine. Coppola collaborò con Rota per la musica della trilogia Il Padrino, per il cui secondo film Rota vinse l’Oscar per la migliore colonna sonora. Scardicchio racconta quanto Coppola fosse insistente nel volerlo al suo fianco. Rota inizialmente esitò ad accettare l’incarico per ragioni di salute (basti pensare che non poté presenziare alla premiazione degli Oscar per la difficoltà legata al volo). Fu Coppola a venire in Italia portando con sé le piste del film già girato. Rota accettò, consigliato dall’amica Suso Cecchi D’Amico, e compose una delle colonne sonore più celebri di sempre: melodie entrate nella memoria collettiva di generazioni. L’intera colonna sonora venne eseguita a Cinecittà sotto la direzione di Carlo Savina, attento e preciso interprete di molte colonne sonore rotiane, che poi si recò in America a sovrintendere i lavori di incisione per la pellicola.
“Breve è la vita, e lunga è l’arte”, scriveva Foscolo. È un’immagine che si adatta perfettamente a Nino Rota. Le sue musiche – dal cinema alla sala da concerto – continuano a vivere, a commuovere e a raccontare un pezzo della nostra storia culturale. Temi e melodie indimenticabili che hanno attraversato il tempo e che oggi riconosciamo come parte del nostro immaginario più profondo, facendoci sentire tutti parte di un processo storico culturale di cui siamo anche noi diretti testimoni.
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